MITCHELL WOLFSON Jr.

 

CROCIATO D’AMERICA

di Giampaolo Atzeni


Incontro Mitchell Wolfson Jr. in occasione della presentazione di una mostra della sua collezione organizzata alla Palazzina delle arti di La Spezia. È un uomo brillante, affabile, di grande vitalità e non disdegna battute spiritose. Mi invita a Genova a visitare la sua collezione italiana presso la Fondazione regionale Cristoforo Colombo, prima di ripartire per i suoi continui viaggi intorno al mondo.


Quali sono le radici del suo collezionismo?

Come tutti gli americani, ho la vocazione del missionario. Gli americani sono spinti da un desiderio etico di salvare il mondo e, nel mio piccolo, ho cercato, collezionando, di salvare le testimonianze più disparate di un periodo storico tra i più importanti nella storia dell’uomo moderno. Inoltre, parafrasando al contrario la famosa frase di Simone de Beauvoir, direi che collezionisti non si diventa, si nasce.


La sua collezione si concentra su opere d’arte realizzate tra il 1880 e il 1945.

Con il senno di poi, direi che ho sbagliato in pieno. Quando ho iniziato a collezionare, mi sembrava si trattasse di un periodo concluso. E invece sbagliavo. La fine della seconda guerra mondiale non rappresenta una scissione così definitiva come pareva. Se tornassi indietro, sceglierei l’epoca compresa tra il 1840-50 (quella dei nazionalismi romantici, per esempio) e la caduta del muro di Berlino.


In un suo scritto sostiene di sentirsi, più che un collezionista, un conservatore di opere e oggetti attraverso i quali rivisitare la storia.

E vero, mi sono sempre sentito uno scopritore e un conservatore: uno che, salvando le testimonianze di un passato prossimo, le tramanda ai contemporanei e ai posteri.


Spesso lei privilegia il bozzetto all’opera finita.

Sono sempre stato interessato e affascinato dal processo creativo, quando l’idea si trasforma e concretizza nella materia.


Attraverso spezzoni di immagini, la sua collezione riesce a suggerire l’atmosfera di un’epoca senza indugiare sulla nostalgia dei ricordi.

Certamente. Non sono il tipo che prova nostalgie. Mi interessa conoscere, capire, approfondire e questo bisogno è alla base della mia collezione. Non ho mai raccolto per fruire da solo delle opere; mi piace che venga visitato dal pubblico; che venga catalogato, studiato, compreso, promosso, valorizzato e possa servire alla comunità per meglio capire il passato. Non a caso ho sempre messo le opere a disposizione di studiosi e ricercatori.


La sua collezione internazionale, la Wolfsonian, viene acquisita nel 1997 dalla Florida International University, divenendo un dipartimento di questa università e un museo. Com’è nata . questa collaborazione?

A un certo momento, per ogni collezionista, si pone il problema di assicurare un futuro alla propria creazione. La scelta della Florida International University è stata tutt’altro che casuale: un’università di livello internazionale consente straordinarie opportunità di studio, ricerca e valorizzazione dei materiali della collezione. La Fiu è in grado dí concretizzare il mio progetto.


Come nasce il suo rapporto privilegiato con Genova?

È una storia molto lunga. Mi piace dire che sono naufragato a Genova. Non l’ho scelta, ci sono capitato, ma l’ho amata fin dal primo momento, ormai oltre trenta anni fa. E una città affascinante, ma anche difficile. È ospitale se ci passi come visitatore; molto meno se il “foresto”, “l’invasore” decide di fermarsi. Ma le sono molto affezionato e ho deciso che una parte della collezione deve restare qui. Inoltre, trovo affascinante anche il rapporto tra Genova e Miami, molto diverse, ma con alcune somiglianze: due porti, due città in qualche modo di confine, una ponte tra le due Americhe, l’altra aperta a tutti gli influssi del Mediterraneo.


Perché ha deciso di affidare la sua collezione italiana alla Fondazione regionale Cristoforo Colombo di Genova?

Come per la collezione di Miami, anche per quella di Genova urgeva una decisione sul suo futuro e questo non poteva essere garantito che da un’istituzione che coinvolgesse gli enti pubblici. Dopo lunghe trattative, nel 1999 la collezione è stata affidata alla Fondazione regionale Cristoforo Colombo che la gestisce e amministra con il sostegno della Regione Liguria e del Comune di Genova. In quanto cittadino americano, non potevo donare direttamente a un ente pubblico, ma si rendeva necessario un ente che per statuto fosse dedicato alla promozione culturale. E la Fondazione Colombo era lo strumento più adatto.


Entro la fine del 2004 dovrebbe attuarsi un progetto ambizioso: la sua collezione verrà donata definitivamente alla Fondazione Cristoforo Colombo e avrà una dimora stabile.

Mi piace che nell’anno in cui Genova è la capitale europea della cultura la mia collezione diventi pubblica. Tutti i soggetti coinvolti nella difficile operazione stanno lavorando alacremente per questo. Non è un percorso facile, è una sfida, e a me le sfide sono sempre piaciute. È già stata identificata la nuova sede espositiva permanente della collezione e i progettisti stanno lavorando.


La nuova sede sarebbe dovuta essere il Castello Mackenzie realizzato da Coppedè, uno dei più famosi pezzi della sua collezione.

Il mio progetto originario sul Castello Mackenzie purtroppo non è andato in porto. Ma in fondo è meglio così. Il suo futuro è già definito: non avrà un’unica destinazione, ma ospiterà molteplici attività, dalla casa d’aste ad alcune sale espositive, ecc. Diventerà un centro di scambi e mi pare che questo sia perfetto.


Parlando della collezione italiana, lei spesso ha voluto sottolineare la diversa ottica operata dalle scelte personali di un collezionista americano.

Nessuno può prescindere dalla propria formazione, dalla propria cultura. La mia collezione riflette l’approccio di un americano, ma in certi casi è stato un bene. Per quanto riguarda i materiali italiani, per esempio, mi ha aiutato, perché ho collezionato in maniera più neutra, meno coinvolta dal punto di vista emotivo e emozionale. Mi pare di essere stato sufficientemente obiettivo.


Quale importanza rivestono le mostre itineranti che ricostruiscono e focalizzano l’attenzione su alcuni periodi storici e su alcuni temi della collezione?

Le mostre itineranti sono un ottimo strumento di divulgazione, come le pubblicazioni, le borse di studio, le conferenze, i convegni. Rappresentano un tassello importante di quel programma educativo di ricerca cui attribuisco la massima importanza.

n° 90 | aprile-maggio 2004

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Tra i percorsi tematici presenti in collezione un importante spazio viene riservato al tema del viaggio.

Viaggiare è per me è sinonimo di imparare. È una delle migliori e più complete forme di conoscenza. Non saprei vivere senza. Per me viaggiare è un po’ come respirare.


Alla Wolfsonian di Miami Beach è in corso la mostra”Armi di divulgazioni di massa. La guerra e la propaganda”. Pensa che possa servire per riflettere sull’attuale utilizzo dei media contemporanei?

Certamente, la propaganda è una dei temi fondamentali all’interno della collezione. Riflettere sulla propaganda di cinquanta anni fa può aiutare senz’altro a comprendere meglio la propaganda di oggi.


Quale ruolo svolge la rivista “Dapa”?

“The Joumal of Decorative and Propaganda Arts” è un ulteriore strumento di indagine, ricerca, studio e valorizzazione delle arti decorative, architettura e design del periodo compreso tra il 1870 e il 1945.


Il suo rapporto con il design.

Sono molto interessato al design contemporaneo. Diciamo che la collezione ne rappresenta il prologo, il background: non vedo come non potrei esserne incuriosito.


Si interessa di artisti contemporanei?

Sono molto meno interessato all’arte contemporanea. Mi incuriosisce, ma sporadicamente, senza metodo, con distrazione.


Progetti futuri.

Domanda impegnativa. Ciò che mi interessa maggiormente è proseguire sulla strada avviata, continuare a fare quello che ho fatto, conservando soprattutto lo stesso metodo. Non sembra, ma è un progetto ambizioso. Mi sento un po’ un crociato per la salvaguardia delle arti decorative e della cultura materiale della prima metà del ‘900. E un crociato non demorde mai.