ROMEO GIGLI

 

MAI UGUALE A ME STESSO

n° 125 | febbraio-marzo 2010

Scheda opera

di Giampaolo Atzeni


Come inizia la sua avventura nel mondo della moda?

Sono stato educato per diventare libraio antiquario, l’attività della mia famiglia da quattro generazioni, ma i miei sono morti quando ero molto giovane, così ho deciso di affrontare il mondo in modo diverso e ho iniziato a viaggiare. Nel ‘66 sono partito per l’India, ricavandone uno shock culturale. Per una decina d’anni ho viaggiato: India, Cina, Americhe, collezionando tutto ciò che poteva essere arte, costume, artigianato. Pare che il mio modo di vestire fosse abbastanza singolare perché mi ero creato una mia personale visione. Tra il ‘78-’79 mi venne chiesto di collaborare a una collezione da uomo per un italiano, Marcello Dimitri, che lavorava a New York, e successivamente di immaginare anche una collezione femminile. Inventai dei Sani più o meno futuribili fatti con la stoffa delle cravatte, vestendo le modelle con giacche da uomo e scarpe bassissime, calze di lana grossa e coprendole di gioielli etnici che avevo collezionato nei miei viaggi. Questa collezione a New York provocò uno shock: le mie creazioni erano evidentemente lontane dalla moda di allora. Al mio rientro in Italia alcune aziende mi chiesero di collaborare con loro, iniziai con delle consulenze. Quando mi

sono sentito pronto, ho dato vita alla mia prima collezione, quasi per gioco, quasi per caso.


Lei ha studiato architettura, come ha influito nel suo lavoro questa disciplina?

Qualsiasi disegno faccia è un progetto. Un vestito, due maniche e un collo e tutto ciò che resta sono già un progetto sulla carta, che investe in qualche modo la dimensione architettonica.


La contaminazione sembra essere il filo conduttore del suo percorso: come si riesce a mantenere la propria identità, perseguendo la filosofia dello scambio culturale?

È proprio questo il modo per crearsi una propria identità: l’incontro con altre culture fa sì che la propria mente diventi un grande mix match, quasi senza confine. È questo che ha dato grande slancio al mio lavoro: ho viaggiato tanto anche con la mente.


Qual è per lei il senso del viaggio?

Viaggiare per me significa partire senza sapere quando si tornerà. Ci si pone una meta e poi in qualche modo si segue il profumo che si preferisce, modificando l’itinerario a seconda degli incontri per raggiungere sempre nuove mete. Purtroppo il tempo non me lo permette più.


Le nuove tecnologie hanno trasformato il modo di lavo rare di molti creativi e stilisti quali media privilegia per fer mare ed elaborare le sue idee?

Per me non è cambiato nulla. La matita resta importante, non potrei mai usare un computer per disegnare, perché il mio rapporto con il segno è quasi sensuale, fisico, per cui ci deve essere il contatto.


Ama creare in solitudine?

Assolutamente sì. Quando creo sono solo, circondato dai libri e dalla musica.


Un suo sito web è stato premiato in una mostra presso la Triennale di Milano, quali ritiene siano le vere potenzialità della rete?

Trovo siano infinite. Nel momento in cui l’ho progettato, ho pensato a un sito di sogno, quasi ludico che riproducesse in qualche modo il mio mondo visionario: tutto dovevo avvolgerti, accoglierti, portarti in un racconto.


In una società sempre più globalizzata come vede il futuro del mode in Italy e su cosa bisognerebbe puntare per valorizzarlo?

Il made in Italy ha un grande pregio: la qualità. invece, la creatività si è persa inseguendo un progetto unico di massificazione per cui, se staccassi le etichette, probabilmente, non riuscirei a riconoscere una collezione dall’altra. La moda italiana dovrebbe ritrovare la sua creatività e preservare la grande qualità delle sue aziende di tessuti, che purtroppo stiamo perdendo.


Ci parli della filosofia del suo nuovo marchio “lo ipse idem”.

Sempre me stesso, mai uguale a me stesso. L’intento è di raccontare il mio progetto. La frase esplica quanto ho immaginato, niente di più. Penso a una moda fuori dal tempo, perchè la moda è già futuro e implica la realizzazione di un progetto attualissimo oggi, che sia ancora attuale fra vent’anni.


È cresciuto tra i libri: ne ricorda uno in particolare che le ha cambiato la vita, e quali sono oggi le sue letture?

Sono tantissimi i libri che mi hanno cambiato la vita. Oggi prediligo le biografie e la storia, sono poco attratto dalla narrativa. Ogni tanto inizio qualche romanzo, ma poi interrompo la lettura perché, in qualche modo, ho la sensazione di averlo già letto.

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Il suo rapporto con l’arte è sempre stato intenso, ha anche collaborato con numerosi artisti. Qual è la forma d’arte che più la coinvolge?

Per me tutta l’arte è affascinante, posso essere coinvolto indifferentemente da un’opera fotografica o pittorica, oppure da un oggetto di design.


Quali sono gli artisti che attualmente la interessano?

Frequento assiduamente artisti, anche se penso che in alcuni casi l’arte abbia perso tanta della sua forza per inseguire il business. Tra gli autori che mi interessano oggi c’è un’egiziana, Sabah Naim. Realizza delle opere meravigliose, visionarie, che nascono dalla combinazione di immagini fotografiche, pittura, collage e videoinstallazioni.


Si è appena concluso l’anno celebrativo del centenario del futurismo. Crede che la moda oggi abbia bisogno di cambiamenti radicali come enunciavano i futuristi?

La modo è piena di cambiamenti, ma è difficilissimo leggere il futuro in questo momento. Indubbiamente, dovrebbe scrollarsi di dosso le convenzioni che negli ultimi dieci anni ha immaginato potessero essere il suo rifugio.