OTTAVIO MISSONI

 

FUORI DAGLI SCHEMI

n° 102 | aprile-maggio 2006

di Giampaolo Atzeni


Ottavio Missoni è una persona con la quale si stabilisce subito una straordinaria intensità di rapporto. Alla sua età conserva ancora un fisico e un’energia da campione: saggezza, rigore e chiarezza del pensiero e del fare lo caratterizzano. Ci accoglie nel bunker, come chiama lui il suo studio di Sumirago, fra Milano e Varese, pieno di luce e colori, immerso nel verde.


Dalla sua biografia emerge un percorso lontano dall’immagine patinata dello stilista di successo, come è iniziata l’attività?

L’incontro con il mondo della moda è accaduto casualmente, non ho frequentato scuole d’arte. Ho iniziato con un amico a Trieste: con poche macchine abbiamo creato delle belle tute, utilizzate anche dagli atleti alle Olimpiadi di Londra. A Trieste, in quegli anni, era più facile costruire una nave che confezionare una maglia. Nel 1953, con mia moglie Rosita, abbiamo fondato una piccola azienda. Il lavoro, fin da l’inizio, si è basato sullo studio della materia e del colore, pochi ma fondamentali elementi che solo in seguito si sono tradotti in vestiti, in moda. Ogni pezzetto di stoffa ha una sua storia, può indipendentemente diventare abito, tappeto e tante altre cose se c’è un rapporto di grafica, materia e colore.


Prima di diventare una firma nel mondo della moda, è stato un campione di atletica, carriera interrotta da quattro anni di prigionia in Egitto. Quanto è rimasto di quell’esperienza totalizzante nell’energia e nella vitalità delle sue creazioni?

È vero, sono sempre stato veloce a correre, ho fatto parte della Nazionale italiana, il mio tempo di 48.8 nei 400 metri a

tutt’oggi rimane la miglior prestazione di un sedicenne. Come diceva il poeta Soave, scherzando sulla mia proverbiale

pigrizia,”Missoni dorme sempre, ma da sveglio arriva in finale alle Olimpiadi”. Con la guerra ho passato quattro anni “ospite di Sua Maestà Britannica”, queste sono situazioni dove né la realtà, né i sentimenti possono essere alterati, non ci possono essere trucchi, vivendo gomito a gomito si impara a conoscere il prossimo. Nonostante la lunga inattività, dopo la guerra, ho ripreso a correre e sono andato in finale alle Olimpiadi di Londra. Ragionando a posteriori, di questo esperienza mi è rimasta la preparazione, l’agonismo, il rispetto e la lealtà verso l’avversario che affronti, sapendo che se ti batte non ti resta che complimentarti e prepararti per un’altra competizione.


Il primo successo, nato dal sodalizio mai interrotto con sua moglie Rosita, è dovuto a una innovazione formale e tecnica. Nel 1966 la sua prima collezione fu definita di rottura per il modo con il quale veniva proposto l’uso della maglia rispetto a quello tradizionale.

Cinquant’anni fa la maglia era interpretata e codificata in modo rigido. Attribuisco sempre molti meriti a mia moglie e lei ne attribuisce qualcuno a me, per esempio di averle trasmesso un modo di pensare e lavorare senza restare legati ad alcun schema, ad alcun tipo di vincolo, ad alcuna scuola. Così ci siamo inventati giorno per giorno il mestiere. Anche nell’arte, accanto alle regole, esistono le eccezioni. Se segui le regole non farai niente di nuovo, di rivoluzionario, puoi non seguirle solo se lo fai istintivamente e non hai preconcetti. Un’anarchia che traduci nel tuo mestiere, nel modo di affrontare i problemi. È evidente, però, che per raggiungere determinati risultati si devono avere delle radici, dei rapporti per poterli tradurre nell’ultimo gesto che è la somma di tutte le esperienze di vita, di quello che hai letto, bevuto con gli amici, dei colori e dell’arte che hai visto. È questo che, a un dato momento, ti fa scegliere di accostare un colore a un altro. Ho letto molti testi e studi profondi sul colore, ma non si possono spiegare i colori.


Fin dagli esordi, la critica ha messo in luce il valore artistico delle sue creazioni che sono state più volte esposte, spesso affiancate dalle sue composizioni ad arazzi, in gallerie e musei di tutto il mondo, come il Metropolitan di New York. C’è un confine tra il lavoro di stilista e artista?

Ho fatto sempre il mio mestiere, lavorando sulla materia e sul colore. Sono stati la critica e il pubblico ad accostarlo all’arte. Nel 1975, Renato Cardazzo per convincermi a esporre venne a Sumirago e prese dal mio tavolo di lavoro i disegni, gli schemi, i tessuti dai quali nascono le mie creazioni. Con questi elementi allestì la mia prima mostra personale alla Galleria 11 Naviglio a Venezia. In seguito, ho creato degli arazzi che sono nati per allestire le mostre, rivestire colonne atte cinque o sei metri, anche dei piccoli patchwork, creati per una copertina di “Vogue”, sono stati poi realizzati in un grande formato per decorare la mostra boutique di Parigi. Non è mai diventato un mestiere, né un fatto commerciale, tant’è vero che non sono in vendita, tra l’altro sarebbero troppo cari, a volte preferisco regalarli.


Particolarmente interessante è stata la mostra “Colori e luci. Dal Rinascimento di Tiziano alla moda del ‘900” nella quale si è confrontato con il tema degli accostamenti di colore. Quali sono gli artisti che sente come maestri?

Una pittrice che mi ha sempre molto affascinato è stata Sonia Delaunay, con la quale sento una certa affinità. Quando sono arrivato da Zara in Italia ho visitato molti musei, ricordo in particolar modo le opere di Masaccio, Piero della Francesca e Caravaggio, in seguito un altro artista che mi ha colpito molto è stato Soutine. Per me è stato importante vedere molte opere, guardare un po’tutto, l’antico e il moderno.


Delacroix sosteneva che “la natura è un vastissimo dizionario. I pittori che basano il loro lavoro sull’immaginazione cercano sul dizionario gli elementi che meglio rappresenta. no la loro idea”. Quali pagine del dizionario ha consultato per creare le sue opere?

La natura è maestra di tutto, basta guardare la grafica di una betulla, le straordinarie tonalità di verdi in autunno, sembro che non ci sia più niente da inventare, ma non sono opere d’arte. Il colore è un po’ come la musica, sono solo sette note, ma quante melodie sono state composte in questi duemila anni, così col colore si possono ottenere infinite gamme di tonalità e quanta arte è stata composta su questa base. C’è una parola che può mettere insieme tutte queste cose: l’armonia. Più che un dizionario, la natura per me è un tutto armonico, dai colori della steppa ai colori della terra. Probabilmente è per questo che molta arte popolare si ispira e nasce dalla natura, cercando di tradurre in immagini o in pensieri la sua globale armonia. Da tutti prendi qualcosa, capti le immagini dall’arte popolare, dai pastori dei balcani o sardi, che sono straordinari per eleganza e praticità, senza pensare alla grande grafica giapponese composta da infiniti segni. Tutto serve a codificare un modo moderno, sciolto e libero di vestire la gente.


Un importante riconoscimento del suo lavoro artistico è la mostra recentemente inaugurata a Gorizia a Palazzo Attems-Petzenstein.

Inizialmente, volevano allestire una mostra dedicata ai miei arazzi. ma quando mio figlio Luca, che ha già curato altre mie rassegne, ha visto lo spazio, ha pensato di impostarla intorno al personaggio Missoni. Da qui, l’idea di allestire un percorso multisensoriale con una serie di installazioni, specchi e stanze a tema che creano un effetto caleidoscopico. Quando l’ho visitata mi ha impressionato, è stata una sorpresa. Mi ha commosso, mi sono complimentato con Luca e anche con me stesso.

Scheda opera

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La sua opinione sulle tendenze dell’arte contemporanea e lei ama collezionare opere d’arte?

Non mi ritengo un collezionista, anche se acquisto opere. Per me l’arte è tale indipendentemente che sia moderna o antica, visito le mostre e le Biennali, ma a volte il contemporaneo mi confonde, non penso di avere un metro preciso per dare valutazioni, non riesco sempre a focalizzare l’interesse, anche se mi capita di imbattermi in lavori che trovo gradevoli. Alcune invenzioni mi incuriosiscono e mi divertono.


Progetti futuri?

In vita mia non ho mai programmato nulla, ho sempre fatto progetti giorno per giorno. Ultimamente, dedico molto tempo anche alla cura dei fiori, avendo la fortuna di vivere in campagna. Alla mia età ci si stacca dalle cose, dalle grandi passioni e si dovrebbe diventare più saggi, come dice il poeta “il saggio non è che un fanciullo che si duole di essere cresciuto”. Il tempo lavora a nostro favore e, se hai la salute, questa può essere una bella e serena stagione della vita. Peccato che duri poco.



Giampaolo Atzeni e Ottavio  Missoni