GIANFRANCO FERRÈ

 

IL TESTAMENTO DI FERRÈ

n° 110 | agosto-settembre 2007

di Giampaolo Atzeni


Lei ha sempre amato l’avventura, come è iniziata quella nel mondo della moda?

Già durante l’università ho iniziato quasi casualmente a creare bracciali, collane, spille, cinture-sculture, a metà strada tra l’accessorio e il gioiello. Oggetti insoliti per l’epoca, più frutto di una innata passione personale che non di un’influenza derivante dal contesto universitario. Il passo successivo, proprio come creatore di bijoux, è la collaborazione con nomi già affermati del design di m. da italiano. Giunge poi l’esperienza fondamentale, indelebile dell’India. Nel I974, disegni la mia prima collezione di prét à-porter femminile, Balla. L’autentico punto di svolta è il 1978,  quando nasce la griffe che porta il mio nome, insieme al prét-à-porter Gianfranco Ferré Donna.


È stato definito “l’architetto della moda”. Quale contributo ha dato al suo lavoro questa formazione?

La mia idea di moda si fonda sul principio di un intervento ragionato sulle forme come punto di partenza per la creazione dell’abito, che è sempre il risultato di un processo di costruzione e di un progetto. Vestire una donna o un uomo significa dunque ragionare in termini di linee, volumi, proporzioni. Esattamente come “vestire”uno spazio. La differenza, importantissima, risiede nel fatto che il corpo umano è un’entità in movimento che come tale va considerato sin dal primissimo abbozzo di idea per un abito. Inoltre, in entrambe le situazioni non può e non deve mancare anche un approccio emozionale dettato dalla fantasia e dalla sensibilità. Confesso che la definizione di “architetto della moda” oggi mi va un po’ stretta perché mi insegue dall’inizio della carriera e soprattutto perché adombra la componente di passione, di fascinazione e di incanto che completa la determinazione progettuale.


Rispetto al passato come è cambiato il suo modo di viaggiare? Ritiene il viaggi ancora una scoperta?

Ora viaggio di meno, e viaggio, soprattutto, per ragioni di lavoro. Per questo, sono un po’ cambiate anche mete e destinazioni, anche se l’Oriente rimane nel cuore, nella mente e negli occhi. In verità, la mia conoscenza dell’Oriente, dove ho vissuto seppur a fasi alterne per sei anni, non ha accresciuto la mia passione per la bellezza. Semmai, l’ha improntata e forgiata in modo decisivo. Credo infatti di poter dire che il mio stile senza l’Oriente sarebbe stato profondamente diverso. L’India mi ha trasmesso, per esempio, la passione per tutta quella gamma di colori che si collocano tra giallo, rosso e fucsia. Toni che sono rimasti nella mia immaginazione per la carica di vitalità, di passione e persino di opulenza che trasmettono sempre, pur assodati al più povero e modesto dei tessuti. Anche il sari in sé è stata per me una grande lezione di eleganza: semplicità assoluta e mille sfumature di colore, mille modi di drappeggiarlo, ogni piega con un suo significato, una sua accuratezza, in un rapporto immediato e naturale con il corpo in movimento. La lezione dell’Oriente mi ha permesso di ricalibrare il principio del lusso e dell’opulenza, non negandoli, ma puntando invece a eliminare il superfluo, l’orpello, la ridondanza. Nel mio lessico di eleganza queste impressioni sono diventate autentiche chiavi di lettura nel segno dell’essenzialità, un elemento di decodificazione delle strutture dell’abito. Il Giappone, invece, mi ha regalato un’altra folgorazione: l’elaborazione di forme complesse a partire da quelle semplici, un po’ nell’ottica dell’origami, ovvero nel rispetto della leggerezza e della levità delle “architetture” che si possono realizzare. E giapponesi sono tante altre piccole-grandi suggestioni che da tempo hanno conquistato il mio immaginario e la mia fantasia.


Quale icona femminile, anche del passato, impersonifica il suo stile?

Non credo che la moda di oggi possa ancora valersi del concetto di icona inteso in sen-

so stretto. È indubbio, ogni designer traduce nella realtà di un abito un suo immaginario che comprendere valori, riferimenti culturali, esperienze propri e anche personaggi di riferimento. Ma la moda oggi deve essere innanzitutto lettura della vita, il compito del designer è quello di cogliere, decifrare e interpretare bisogni e desideri di uomini e donne.

È vero invece che il mio immaginario è ricchissimo di figure femminili che regalano suggestioni al mio stile. Figure magari tra loro diversissime, che mi derivano dalle letture, dalla storia, dalle arti figurative, dal cinema, oppure figure che sono soltanto mie,come quella di mia madre, innanzitutto. Ma il mosaico è realmente ricchissimo, pieno di sfumature, di suggestioni che si completano l’un l’altra. C’è una donna ideale che assomma qualità e caratteristiche di tante donne: la personalità di Angelica Houston, il sorriso di Julia Roberts, il cool appeal di Skin... Una donna ideale che io cerco in tutte le donne e in cui mi piacerebbe trasformare ogni donna, grazie ai miei abiti.


Oggi, in un panorama di proposte artistiche così ampio, a volte caotico e contraddittorio, cosa attrae il suo interesse?

Mi attrae ciò che trasmette energia, immediatezza. Credo che la chiave di lettura di tutta la nostra epoca - in tutte le sue espressioni, i modi di vivere, le manifestazioni del pensiero, dell’arte e della cultura - sia infatti una concezione del tempo, dello spazio e del movimento molto diversa rispetto al passato perché fortemente incentrata sulle valenze della velocità, dell’energia, del dinamismo. Nella mia moda, nel mio stile c’è ed è sicuramente forte il senso del movimento, che connota l’oggetto-abito sin dal suo nascere sotto forma di schizzo.


Quali sono le opere d’arte di cui ama circondarsi?

L’arte vive nei miei spazi - di vita e di lavoro - in sintonia con l’ambiente e soprattutto con me stesso. Nessuna intenzione museale, nessuna stanza del tesoro dove ammassare capolavori da godere in segreto. Ho iniziato con Picasso, due acquarelli, che, più di trent’anni fa sono stati uno dei miei primissimi acquisti importanti. Negli anni, si sono poi aggiunti Klimt, Modigliani, Giacometti, Léger, Braque, Fontana, Burri, Pistoletto, Schifano, Del Pezzo,Tadini, Depero, Rotella, Baj. È forse improprio parlare di collezioni: le opere che possiedo sono volutamente non moltissime e scelte sempre e soltanto per convinzione, per una sorta di loro rispondenza non solo al mio gusto e ai miei credo estetici, ma anche ai caratteri di un mio mondo emozionale e reale, fatto di certezze acquisite e di conquiste realizzate negli anni, di senso profondo delle radici e di attenzione per tutto ciò che è nuovo, diverso dal consueto. Fatto anche di luoghi fisici che sono di vita e di lavoro, in cui le opere che amo vivono con me e in sintonia con l’ambiente. Giocano di rimando con le tante belle cose che sono state dei miei genitori, con i pezzi di arredo che ho disegnato io.

Scheda opera

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Quali suggestioni derivate dall’arte sono presenti nelle sue creazioni?

In verità l’interesse per le arti figurative viene prima del mio lavoro. Si può dire che sia un po’ parte delle mie radici, come frutto di un certo tipo di educazione e di consuetudine alla qualità respirata in famiglia. Nel lavoro ho collezionato grandi esperienze, emozioni ispirate ai protagonisti dell’arte di tutti i tempi e di ogni latitudine:  la delicata severità dei volti di Utamaro, le cromie energetiche alla Wahrol, le pulsioni avanguardistiche del cubismo e del dadaismo, l’evanescenza di certe figure di Giacometti o di Modigliani, l’espressività immediata della tattoo art etnica. In un rapporto con l’opera di riferimento che non è e non può mai essere immediato, poiché, al contrario, si colora di sfumature, apporti personalissimi di interpretazione, ridefinizioni nel segno dell’originalità.


C’è qualcosa che non ha ancora fatto nella sua vita e che si riserva di fare in futuro?

In generale, sarei felice se i prossimi anni fossero simili a quelli già passati. Spero di poter sempre trarre da ciò che faccio entusiasmo e pia cere, come ora. Spero di aver sempre voglia di fare, di esprimermi nel mio lavoro, di provare le emozioni con l’intensità di sempre. Del resto, di sogni nel cassetto ne ho tutti i giorni, tutte le notti. Chi non ne ha del resto? Sono sintomo di vitalità, e di energia. E a me certo l’energia non manca. E credo che questa sia una grande risorsa.