ERNESTO ESPOSITO

 

FERMARE L’ATTIMO

n° 114 | aprile-maggio 2008

di Giampaolo Atzeni


Ernesto Esposito è un collezionista che con gli anni ha acquisito un corpus di opere di generazioni e aree culturali e geografiche diverse. Rientrato da Vitoria in Spagna, dove ha inaugurato la mostra “Gravity”, mi accoglie nella sua casa napoletana in pieno centro, che sembra il magazzino di un museo pieno di scatole e pacchi che contengono i pezzi della sua raccolta, ordinata e catalogata da un assistente spagnolo.


Da dove nasce la passione per l’arte?

Da una pura casualità: a vent’anni, a Parigi, ho incontrato Andy Warhol a una sua mostra dove veniva ricostruita la Factory. Un incontro fondamentale, che mi ha portato a guardare l’arte in una maniera diversa. Warhol, inoltre, tra gli artisti della mia collezione, è quello che ho acquistato in misura maggiore, fino a ventiquattro opere. In seguito qualcuna l’ho venduta, per esempio ho comprato questa casa con due quadri che mi erano costati diecimila euro. L’ho sempre considerato il paparino che mi ha dato un po’ di soldi per far crescere la collezione.


Come è arrivato a  collezionare opere importanti?

Non ho cominciato a raccogliere opere importanti, ho comprato sempre quello che mi piaceva, con il cuore, da vero napoletano. Per fortuna, assistito dal fiuto, tutto quello che ho acquistato è aumentato di valore. Collezionare è un percorso che ho intrapreso da solo, senza compromessi una passione divenuta sempre più importante, che ormai è una parte di me.


Quali caratteristiche deve avere un’opera per entrare nella sua collezione?

Per me l’arte non è un esercizio di stile, ma qualcosa che rappresenta esattamente il momento sociale, politico ed economico in cui è stata realizzata e deve trasmettere le emozioni di chi l’ha eseguita in quel momento. Un’opera bellissima che non offre un’emozione contemporanea non la compro.


Quali sono gli artisti che la interessano?

Voglio morire circondato da autori giovani, perché voglio vivere fino all’ultimo momento con un’energia nuova che non mi può più dare un quadro, per quanto bellissimo, legato al passato.

Posso anche rivendere alcune opere importanti che ormai mi danno solo potere e non energia. Per esempio, il lavoro di Rauschenberg con la bomba atomica è un documento che mi ha emozionato negli anni ‘70, oggi cerco l’innovazione.


La sua è una collezione dinamica, prevede esposizioni e continui cambiamenti.

Non ho mai comprato per accumulare. Nell’ultima mostra a Vitoria, quando ho visto la collezione allestita per primo mi sono stupito, sono venuti a ringraziarmi tutti i giovani artisti, dicendo che finalmente visitavano un’esposizione che dava loro la speranza di poter un giorno diventare famosi. Non ho nessuna paura a mescolare Marc Quinn a un’artista napoletana che lavora da tre anni, se ciò viene fatto con armonia e coerenza.


Considera importante stringere rapporti con gli artisti?

Ne ho conosciuti moltissimi: alcuni sono veri, autentici come Warhol che ha scommesso su se stesso fino alla fine, Gilbert & George purissimi, o Twombly che quando lavora cade in trans; altri invece si trovano solo all’interno di un filone importante.


Per le acquisizioni si rivolge a professionisti?

Non ho mai comprato un quadro da un artista perché per me il sistema dell’arte è fondamentale. Comprare direttamente senza l’intermediazione di un gallerista è come non fare sapere agli altri che l’opera ha un valore. Se l’arte funziona rispetto al cinema o alla televisione è perché ha avuto un sistema più severo e concreto.


Come è strutturata la sua collezione?

Ho un archivio e una persona che lo cura: possiedo più di 800 opere, tutte catalogate.


Lei è un designer di scarpe, quanto porta nel suo lavoro della passione per l’arte?

Sono due mondi completamente diversi. Non si può paragonare la moda con l’arte, la moda ha un valore momentaneo.


È uno dei pochi stilisti a insegnare in una facoltà universitaria.

Tengo un corso di moda e design alla Facoltà di architettura di Napoli dove insegno a leggere tutto quello che avviene nell’arte, nel cinema, nel design, per ricercare quel filo conduttore che si può trasmettere anche nella moda. Come l’arte è lo specchio dell’anima dell’artista, così la moda è una sintesi degli odori e degli umori che le vivono intorno.


Quale futuro vorrebbe per la sua collezione?

Pensare al futuro per me è come morire. Mi interessa il presente, l’attimo, cerco di vivere al meglio ogni minuto, sempre. È proprio la mia filosofia di vita. Non colleziono per lasciare qualcosa di mio, lo faccio per vivere delle sensazioni, ogni momento.


Ma contribuendo alla cultura un collezionista compie un atto di generosità.

Questo è un compito che spetta a musei e istituzioni, finanziati attraverso le tasse dei cittadini. Un collezionista privato è generoso se da vivo fa vedere le sue cose e se ne priva, da morto essere generosi è facilissimo, si ha solo il desiderio di lasciare per forza un segno di noi

Scheda opera

|

stessi. In realtà sono gli artisti che resteranno nella storia, non i mecenati. Ci si ricorda di Michelangelo che ha realizzato la Cappella Sistina, non del papa che l’ha commissionata.


C’è qualcosa con la quale non si è mai misurato o scontrato?

Un figlio.


Un figlio come elemento di continuità?

No, un figlio come un elemento di curiosità, come una linfa per farmi restare giovane. I figli ti danno una energia diversa, anche una voglia di non voler morire, perché penso che la nostra vita, al di là delle cause accidentali, siamo noi a deciderla.