EGON VON FURSTENBERG

 

I VESTITI DEL PRINCIPE

n° 83 | febbraio-marzo 2003

di Giampaolo Atzeni


Ci incontriamo a Roma, dove possiede una casa adeguata al suo titolo: principesca. Stucchi e decori, quadri, oggetti e sculture raffinati raccontano il gusto del proprietario. Egon von Furstenberg è una persona cordiale, dinamica e piena di energia. Porta bene i suoi anni. Costantemente in viaggio, segue i vari interessi sparsi per il mondo. È appena rientrato da Miami dove ha seguito Art Basel Miami Beach.


Come è nata l’idea di intraprendere l’attività di stilista di moda?

Dopo gli studi universitari, la mia famiglia ha deciso di mandarmi negli States per lavorare presso la Chase Manhattan Bank of New York. Il lavoro non mi piaceva affatto e decisi di iscrivermi al Fit (Fashion Institute of Technology), scuola di moda e di disegno (disegnavo fin da piccolo) per poi approdare come compratore presso la catena Macy’s. Uno dei fornitori dal quale acquistavo mi chiese di disegnare una collezione. Nei fui entusiasta e mi misi subito al lavora. La collezione venne distribuita nei negozi americani e venduto con grande successo. Ho iniziato così.


C’è un incontro in particolare che lei ritiene fondamentale nella sua vita professionale?

La vicinanza di mia madre e mia sorella è stata molto importante. Mi hanno abituato alle sfilate di moda portandomi con loro e facendomi appassionare. La principessa Irene Galitzine abitava a casa di mio madre, grazie a lei ho imparato tantissimo.


Quanto ha influito l’ambiente nel quale è cresciuto nella formazione del suo gusto?

Moltissimo. Sono cresciuto nel lusso: grandi alberghi, palazzi sontuosi, hanno profuso dentro di me un gusto, lo stesso che poi si ritrova nelle mie creazioni.


Negli anni ‘70 ha frequentato assiduamente l’ambiente artistico newyorkese. Che importanza hanno avuto incontri con personalità come Leo Castelli e Andy Warhol?

Nel ‘68 vivevo a NewYork ed ero grande amico di Marc Landeau, figlio del noto collezionista francese. Lavoravamo insieme presso la Banca Lazard Frères e, grazie a suo padre, ci trovammo inseriti nell’ambiente artistico più fervido di quei tempi: Leo Castelli era un grande amico del padre di Marc. Si andava tutti a Park Avenue, al Max Kansas City, ritrovo notturno di artisti come Rauschenberg, Jane Holzer, Lichtenstein, Oldenburg. Warhol lo conobbi lì e diventammo amici. Ritrasse tre volte mia moglie Diane e fu ospite a casa nostra e noi da lui tante volte per magnifiche serate profumate d’arte. Con Marc e gli altri partecipammo a numerose aperture di mostre, fummo tra i primi a sostenere il Moma e la pop art.


Secondo lei New York svolge ancora un ruolo guida nell’arte e nella formazione del gusto, oppure ritiene che questo primato sia passato altrove?

Assolutamente sì. New York è il centro del mondo e come tale una guida in vari campi. Inoltre, grazie alla legge americano che consente di dedurre dalle tasse le donazioni ai musei, tanti collezionisti e musei come il Barrio, il Moma, Guggenheim o quello di Brooklyn hanno maggiori facilitazioni rispetto ai nostri. Un artista riconosciuto a NewYork lo è ovunque.


La formazione cosmopolita e i frequenti viaggi le hanno consentito di entrare i contatto con diverse culture. Tuttora lei vive fra Italia e Austria, ma trascorre molto tempo negli Stati Uniti. Come interagiscono luoghi cosi differenti nelle sue creazioni?

Dall’America prendo il globale, la mobilità, il non stare fermi mai e non pensare a ieri (che è ormai passato) ma solo a domani; dall’Italia e dall’Austria prendo tradizione e qualità.


Da dove vengono le idee per le nuove creazioni?

Dai viaggi, dagli umori e dalle atmosfere delle città (discoteche, pub, eventi ecc..) e anche dalle richieste della mia famiglia. Conta molto per me quello che necessitano le mie mogli, le mie figlie, nuore e nipoti!


La sua famiglia ha una lunga tradizione legata al collezionismo d’arte: lei segue un criterio preciso nella scelta delle opere che entrano a far parte della sua collezione?

Sinceramente credo che ognuno dovrebbe ispirarsi e collezionare un’epoca, un artista o comunque qualcosa di preciso. L’arte è talmente vasta che ognuno di noi dovrebbe specializzarsi secondo me per non perdersi. Personalmente colleziono latino-americani: Rivera, Lam, Matta, Kuitka, Canovas.


Nel corso degli anni le sarà capitato di acquistare opere che poi ha deciso di rivendere. Ci sono comunque lavori dai quali non si separerebbe mai, e secondo quali criteri stabilisce che debbano essere trattenute nella collezione?

Chiaramente ci sono opere alle quali sono molto affezionato, ma in genere essere collezionista vuoi dire essere anche mercante. Con il tempo, con i cambiamenti, alcuni lavori non piacciono più e alloro perché non venderli? inoltre, se tenessi tutto, avrei bisogno di un museo.


In un suo libro, a proposito del collezionismo lei afferma che i galleristi svolgono un ruolo di grande rilievo. Quali sono i requisiti dei galleristi a cui si rivolge?

II gallerista è il mediatore tra il pittore, il museo e il collezionista. L’abbinamento è un po’ “mafioso” proprio per la combinazione di questi tre elementi: se il Guggenheim di Bilbao, il Mocha di Miami, il Terraio di Mexico City o il museo di Arte Moderna di Berlino decidono di sostenere un pittore giovane, grazie anche alla comunicazione odierno, per quest’ultimo sarà molto più facile andare avanti. Gli altri musei lo richiederanno e i collezionisti cominceranno a interessarsi a lui. La transavanguardia è uno dei migliori esempi (Clemente, Cucchi ecc.). Guardiamo anche Bonito Oliva: è in grado di far entrare gli artisti alle Biennali, a Venezia come a San Paolo o Miami. Per esempio il gemellaggio Basilea-Miami con Art Base! Miami è una delle più grosse operazioni di globalizzazione artistica mai effettuata: 280 curatori di musei, 500 gallerie scelte per qualità, 40.000 visitatori.


Lei è nipote di Gianni Agnelli che ha donato la sua collezione al Lingotto, ha già pensato a un utilizzo futuro della sua collezione d’arte?

Non ancora. Ma devo ringraziare mio zio perché mi ha fatto conoscere moltissimo e mi ha voluto anche insegnare quanto sapeva.


Le creazioni di alta moda 2002 erano ispirate agli anni ‘70, alla Londra di Twiggy. Ci vuole dare qualche anticipazione sulle prossime?

Parola chiave della prossime creazioni 2003 è Bingo! Nel senso americano del termine, il bingo non è solo un gioco ma anche un modo di dire che

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Scheda opera

significa “ce l’ho fatta”, “ho fatto centro”. Volevo fare un omaggio all’alta modo dicendo che è l’alta moda romana che ha fatto bingo. Il senso del gioco è rimasto nelle stampe dei tessuti con numeri, cartelle, fantasie; nei colori accesi e allegri come il rosso, l’arancio, il verde, il fucsia e il bianco; nei giochi di piume altamente sofisticate, colorate come le stoffe e trattate in modo da restare rigide indosso; nei tagli asimmetrici delle gonne, delle casacche, dei vestiti molto corti. La sposa è molto particolare: un abito corto di piume con un kaftano di mikado bianco lungo fino ai piedi. Le stoffe utilizzate e create appositamente sono sete, georgettes e chiffon.



Giampaolo Atzeni, Egon von Furtenberg, Nicoletta Zanella