ANTONIO MARRAS

 

LA FORZA DELLE RADICI

n° 104 | agosto-settembre 2003

di Giampaolo Atzeni


Come è iniziata la sua avventura nel mondo della moda?

Sono nato e cresciuto nel negozio di stoffe di mio padre ad Alghero, e lì ho cominciato a maturare un amore ossessivo per i tessuti. Nel 1988, un imprenditore mi ha chiesto di disegnare una collezione. Mi sembrava una pazzia. Non avevo esperienza, nessuna scuola di moda alle spalle: ma ho comunque accettato, non avevo nulla da perdere, in fondo. Ho lavorato per dieci anni su una linea che non portava il mio nome, ma che ha ottenuto notevole successo commerciale. Proprio questo legame con il ritorno economico mi stava convincendo a smettere. Poi è avvenuto l’incontro con Maria Lai: un evento destinato a cambiare la mia vita. E così nel 1996, da solo e unicamente con i pochi mezzi a disposizione, ho deciso di tentare l’alta moda, dove niente era finalizzato esclusivamente alla vendita, grande e pressante censura alla creatività. Quelle collezioni mi hanno restituito entusiasmo e voglia di fare. Alla moda, quindi, sono approdato per caso. Non sono nato e cresciuto con l’intenzione di diventare stilista. In realtà ancora oggi odio questa parola: sa di caricatura, di macchietta. L’inglese designer e il francese createur mi sembrano avere tutt’altra connotazione. Sulla mia carta d’identità mantengo ancora la definizione commerciante: il lavoro da cui provengo.


Ogni collezione parte dal racconto di una storia legata alla sua terra, la Sardegna.

Tutte le mie collezioni nascono sempre da una storia, reale o immaginaria. Si può trattare di una poesia scritta da mio figlio Efisio, da una lettera d’amore, ma anche da un personaggio storico della Sardegna medievale: nel momento in cui mi imbatto in questi racconti, spesso per coincidenze casuali, mi evocano emozioni, sogni e visioni che influenzano il lavoro. Tutto ciò che accade intorno mi tocca e mi influenza. Le collezioni sono come i frame di un’unica grande storia: la mia.


Il suo percorso presenta aspetti fortemente sperimentali. Come riesce a coniugare la tradizione con i continui cambiamenti della contemporaneità?

Penso che la contemporaneità stia proprio nel miscelare, unire e contrapporre tradizione e innovazione. Non mi pare niente di rivoluzionario, ma senz’altro corrisponde alla mia visione.


Perché in alcune collezioni utilizza anche capi vintage?

All’interno della collezione, ho mantenuto uno spazio per la produzione semiartigianale, che prevede anche l’impiego di capi vintage. Questa linea, chiamata “Laboratorio”, viene realizzata in Sardegna, a Ittiri, un piccolo paese vicino ad Alghero. Qui ho trovato sarte e ricamatrici di una bravura straordinaria, ma che avevano quasi dimenticato il valore di ciò che sapevano fare, della tradizione che avevano alle spalle. Ho cercato di restituire loro il senso, e al tempo stesso ho insegnato a trasgredirne le regole per reinventarle di volta in volto. Con “Laboratorio” si sperimentano soluzioni che vengono poi riprodotte, con le modifiche necessarie, nella produzione industriale in serie: trattamenti - e maltrattamenti – particolari delle stoffe, decostruzione e rimontaggio dei capi, ecc.


Le sue sfilate sono concepite come un evento a metà strada tra l’istallazione e la performance. Quale ruolo vi rivestono le suggestioni del mondo dell’arte?

Fondamentale. Ciò che mi colpisce e si sedimenta dentro di me, prima o poi viene a galla e si trasferisce in ciò che faccio. Amo molto Kiefer e Boltanski, il loro lavoro sulla memoria storica e indi-viduale. Credo che ci siano degli eventi che segnano e aprono la mente. Penso agli spettacoli di Pina Bausch. L’avevo sentita nominare e sono andata a vederla a Sassari: quel modo di danzare mi ha folgorato, così pieno e diretto. Ancora oggi vado da qualsiasi parte pur di vederla. La sfilata rappresenta l’apice del lavoro, ogni volta sento l’urgenza di esserne travolto, di fare cose che mi coinvolgano completamente, corpo e mente. Sono uno che ha bisogno di forti emozioni per sentirsi vivo, un romantico alla Sturm und Drang: non posso certo accettare di limitarmi a costruire una collezione senza farla vivere. E poi, la sfilata è il momento catartico per eccellenza, dove ci giochiamo tutto il nostro lavoro oltre a essere il vero, importante momento di comunicazione. Infine, è anche una sfida, un confronto e riassume tutto quello che avrei voluto fare nella vita: regia, luci, scenografia, coreografia, musica e per ultimo costumi. Così, mi sono costruito un palcoscenico dove rappresentare il mio mondo.


Per una collezione si è ispirato alla figura dell’artista sardo Costantino Nivola.

Da sempre le mie collezioni sono pervase da un vena melanconica, il tema della nostalgia, del distacco dalla terra madre e il desiderio di tornarvi sono temi che sento fortemente. L’opera di Nivola, in questo senso, è toccante e struggente. E stata il punto di partenza per la mia prima collezione uomo, presentata a Palazzo Pitti a Firenze nella Torre del Gallo, chiusa da 40 anni e riaperta per l’occasione. Attraverso i due piani e i due cortili di questo luogo carico di fascino e di suggestioni, si è snodato il percorso dei modelli. I mamuthones, maschere sarde coperte di pelli e campanacci, facevano irruzione fragorosamente nel finale. Come invito, un fazzoletto maschile con una poesia di Nivola e un pugno di terra di Sardegna.


Perché l’incontro con Maria Lai ha cambiato la sua vita?

Llencols de aigua (lenzuola d’acqua) è la realizzazione di un sogno: lavorare insieme a Maria Lai, una bambina di ottant’anni che mi ha contagiato con la sua energia e la sua forza straordinarie e che mi ha aperto un mondo al quale non sapevo di appartenere. ll rapporto con Maria è stato, ed è, una esperienza bellissima, un punto di riferimento importante. L’installazione di Alghero l’avevamo immaginata come un percorso che sfociava nel mare, un percorso acquatico, nel senso che l’acqua, elemento ambiguo, fluttuante, femminile, oscuro e profondo, ma anche libero e leggero, aveva suggerito il clima del lavoro. Si passava dal buio alla penombra, alla luce piena, attraversando un grande telaio di fili e di specchi, una stanza dalle pareti fatte di vecchie camicie da notte ricamate con frasi di bambini che parlavano del mare, un’altra stanza tappezzata di cuscini dipinti con segni simili alle impronte dei gabbiani. Infine, si usciva sul mare, quello vero.


Come è nato il suo rapporto con Kenzo?

Gli agguerriti head hunters di LVMH sono sempre in agguato, e Concetto Lanciaux (braccio destro del Presidente Bernard Arnault) assisteva, quasi in incognito, alle mie sfilate ormai da tempo. Una, in particolare, l’ha colpita, proprio quella dedicata al popolo Rom nella quale, fatalità, ero partito da alcuni disegni della celeberrima collezione Kenzo ispirata alla Russia. La realtà di Parigi e la possibilità di lavorare in un grande gruppo è sicuramente allettante. Esiste il rischio di venire stritolato da grossi ingranaggi ma, di sicuro, in Francia c’è un grande rispetto per la creatività. Il createur gode di ammirazione e stima. Tutte  le  collezioni  di

Scheda opera

cui mi occupo nascono ad Alghero, nel mio studio, ma tento il più possibile di farle viaggiare su due binari paralleli ma profondamente differenziati. Ho riservato alla mia linea il lato più malinconico e nostalgico, mentre nella collezione Kenzo sviluppo la parte più gioiosa e colorata. Del resto, chi di noi può dire di non avere più di un’anima?


È cambiato il suo modo di preparare le creazioni?

Non direi. II punto di partenza è sempre una storia. La collezione è lo svolgimento della storia. La sfilata è il film, la sceneggiatura. È sempre stato così, fin dall’inizio, e continua a esserlo.


Il titolo di una mostra a lei dedicata al Museo di arte contemporanea Masedu a Sassari, “Il racconto della forma”, ricorda la sua cura quasi maniacale dei dettagli, la passione per l’ornamento, la ricchezza decorativa.

Il minimalismo, inteso come normalmente lo si intende nell’ambito della moda, non mi appartiene. Sono un insaziabile, ho bisogno di riempirmi gli occhi e l’accumulo è un’operazione che non mi stanca mai, sia che si tratti di stoffe, di materiali, di abiti sovrapposti così come di oggetti, di mobili o immagini. II tutto in un apparente discordanza che in realtà ha un ordine molto preciso.


Perché ha scelto di vivere e lavorare ad Alghero, lontano dai centri del mercato?

Ho semplicemente deciso di rimanere ancorato alle mie radici, perché da lì traggo continuamente forza. È un bisogno primario e, forse, un grande lusso che mi sono concesso. In un’ora di volo posso essere a Milano o a Parigi, ma dopo ogni viaggio devo tornare a casa. Dalle vetrate del mio studio vedo il promontorio di Capo Caccia e degli indescrivibili tramonti sul mare.


Progetti per il futuro.

Infiniti, ma proprio per la varietà dei campi e settori coinvolti preferisco pensare all’impegno di questa estate: il lavoro con Carol Rama ad Alghero.



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