VITTORIO GREGOTTI

 

LE SFIDE DELL’ARCHITETTO

n° 113 | febbraio-marzo 2008

di Giampaolo Atzeni


Energico ottantenne, Vittorio Gregotti mi accoglie nel suo storico studio milanese a due passi dalla basilica di S. Ambrogio. Due ali di uno splendido palazzo ospitano gli studi della Gregotti Associati di cui è presidente.


Architetto, dopo più di 50 anni di carriera, ricorda quali motivazioni l’hanno portata a intraprendere questa difficile professione?

Sono nato da una famiglia di industriali, inizialmente volevo sottrarmi a questa tradizione, ma in seguito mi sono accorto che nella vita il mondo industriale ha contato molto per quanto riguarda l’idea del lavoro collettivo. Sono convinto che l’architettura sia una attività di tipo collettivo.


Dal 1974 lei è stato direttore di Casabella. Quanto è importante la critica in architettura?

Dovrebbe essere importantissima. Credo che l’architettura sia un’arte riflessiva che si produce lentamente, quindi, come tale, dovrebbe essere rivolta a cercare i fondamenti di quanto si fa. Tutta la vita ho diretto riviste, scritto libri, insegnato per capire che cosa dovevo fare: era un modo per chiarirmi le idee.


Non si è mai voluto sottrarre all’analisi del presente. Il suo pensiero sull’architettura attuale.

Esiste una crisi profonda dell’architettura contemporanea a partire dagli anni ‘70, da quando si è definitivamente disgregato il movimento moderno. Da quel momento, ciò che si definisce post-modernismo è l’unico giudizio storico che si può dare sull’insieme di questi ultimi 30 anni e che non può non essere piuttosto critico: credo ci sia una condizione che produce un tipo di architettura incollata alla nozione di mercato e di consumo.


Si è occupato molto delle periferie: qual è il vero problema da risolvere?

È indispensabile che la periferia possa contare sugli stessi elementi con cui è costituita la città, per esempio la multifunzionalità, che impedisce l’isolamento, soprattutto è importante la mescolanza sociale, perché le periferie spesso sono monoclasse, monofunzionali e non favoriscono l’incontro, la trasformazione o almeno la speranza della trasformazione.


Dal ‘74 al ‘76 è stato direttore del settore arti visive e architettura della Biennale. Quale ruolo, secondo lei, ricopre attualmente Venezia?

Credo ci sia una crisi profonda di queste istituzioni. In generale, si tratta di rassegne che hanno assolto per molto tempo una funzione informativa, ma nessuno va più alla Biennale pensando di trovare qualcosa di veramente nuovo o diverso. Quello che avevo tentato di imprimere alla Biennale era un atteggiamento critico. Come dire: mi occupo di questo problema da un preciso punto di vista e seleziono l’insieme del sistema per cercare di stabilire una dialettica rispetto al panorama artistico esistente.


Lei ha costruito una nuova città, a 30 km da Shanghai. Come vede la Cina e il suo futuro?

Ci sono andato nel ‘62 la prima volta, ho conosciuto Chuenlai, si figuri come sono vecchio. Nel ‘99 ho vinto un concorso e ho iniziato a costruire una città. Ho tenuto presente il fatto che questo è l’unico grande impero che dura da 4.000 anni, dove il senso del tempo è completamente diverso. C’è più continuità di quanto non si creda in Cina. Ovviamente esistono squilibri, però il grande trucco è che ogni giorno si sta un po’ meglio del precedente. Fin quando ci sarà questa espansione, con modi criticabili quanto si vuole, il meccanismo funzionerà. La prospettiva della Cina è che diventi una grandissima potenza, insieme all’India. Entrambe pericolose per tutto il mondo.


Cosa pensa dell’arte contemporanea e quali sono gli autori che più le interessano?

Ci sono alcuni artisti che adoro: il primo che mi viene in mente, anche perché ci conosciamo e abbiamo lavorato insieme, è Kiefer. Per me è uno dei più grandi, forse perché sono affezionato ancora a quella vecchia storia che si chiama pittura, che nel suo caso riflette molto bene le contraddizioni anche tragiche della contemporaneità. Potrei citarne anche altri, ma credo che nessuno come lui rappresenti l’idea che la nostra sia in fondo una civiltà barbara.


Quali artisti l’hanno influenzata nel suo lavoro?

A 17 anni, sono stato in Francia per un anno, entrando in rapporto con molti artisti che ammiravo. Era una generazione di personaggi che potevi contattare: sono andato a trovare Léger, Calder, Picasso. Con loro avevo un rapporto molto naturale, ma era la generazione prima della mia e questo mi ha influenzato positivamente. Poi, ho faticato ad avere rapporti con artisti miei coetanei. Naturalmente quando ho diretto la Biennale di Venezia ho conosciuto autori di tutto il mondo. Con molti ho conservato una grande amicizia.


Lei ha progettato vari musei: edificio opera d’arte o edificio funzionale?

Quando stavano costruendo il museo di Bilbao, sono andato a trovare Frank Gehry che mi ha fatto vedere il cantiere e alla fine, con aria perplessa, mi ha chiesto “what do you think, it’s too much?” Lui stesso si rendeva conto di aver caricato il lavoro di un simbolismo che lo costringeva dentro un ambito

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figurativo molto preciso. Non significa che non si debba fare, perché molti musei del passato erano figurativamente ben definiti, ma avevano anche un’altra qualità: riuscivano a contenere meglio l’insieme delle arti. Credo che il limite degli architetti attuali sia di voler realizzare un’opera d’arte. Sarebbe meglio fare un passo indietro, essere un po’ più neutrali.


Le sue considerazioni sul ponte di Calatrava.

Ho grande ammirazione per Calatrava che riesce a convincere un cliente a spendere dieci volte più del necessario. È un venditore formidabile. È uno di quegli ingegneri che si grattano l’orecchio destro con la mano sinistra quando invece è più facile farlo con la destra, cerca sempre complicazioni. E questo che ha fatto lievitare i costi, anche se la colpa non è di Calatrava ma degli amministratori che l’hanno scelto. È un lavoro ben fatto, intelligente, però non ha alcun rapporto con il mondo veneziano.


Quali sfide si prepara ad affrontare all’energica età di 80 anni?

Ho appena terminato il teatro per il Festival di Aix-en-Provence. Una bella esperienza che nasce da una riflessione su Cézanne. È importante ricondurre l’architettura all’interno del senso della costruzione, per trovare una forma di comunicazione nuova. Il rapporto con le contraddizioni e con le possibilità di trasformazione della realtà sociale è il tema centrale su cui si dovrà lavorare nei prossimi anni.