RENZO PIANO

 

IL GENOVESE VOLANTE

n° 111 | ottobre-novembre 2007

di Giampaolo Atzeni


Questo è un anno di festeggiamenti per Renzo Piano, il celebre architetto genovese nato nel 1937 che il 14 settembre ha compiuto settant’anni. Il Palazzo della Triennale è in festa, a lui viene dedicata una grande rassegna monografia che lo celebra come il più internazionale degli architetti italiani. Renzo Piano Building Workshop ha come sottotitolo Le città visibili, un omaggio a Italo Calvino, il grande ispiratore letterario dell’opera di Piano, secondo il quale “anche nelle città più infelici c’è sempre un frammento di città felice”. La mostra (catalogo Electa a cura di Fulvio Irace) arriva a Milano dopo Parigi e Berlino e rivela la sua creatività e il suo fare architettura sempre giocato sulla leggerezza.

Il visitatore si trova immerso in assemblaggi di foto, disegni originali, modellini e prototipi che scendono dal soffitto, escono dal pavimento e dalle pareti. “Il genovese volante”, come viene affettuosamente chiamato, vive tra Genova, Parigi, New York, ha lavorato in tutto il mondo, dalla Nuova Caledonia a Berlino, da Tokyo a Osaka, a Monte Rotondo ecc.

Ha lasciato sempre il segno inconfondibile di un’architettura leggera e innovativa, rispettosa della natura, utilizzata come componente primaria. Le opere di Piano si inseriscono armoniosamente come una partitura musicale mai uguale, fedele a se stessa e ai principi che la governano. Cordiale e sorridente, dopo un’entusiasmante lezione tenuta al Politecnico, dove si è laureato nel I 964, incontra i giornalisti e ci accompagna nella visita della mostra, si sofferma sul divenire dei progetti da cui nascono nuove città e risponde alle nostre domande.


I prototipi dei suoi progetti ricordano quelli degli architetti del rinascimento.

Ho imparato da mio padre, da Zanuso, da Prouvé e da Albini a realizzare, per ogni lavoro, dei prototipi in scala. In questo modo si introduce inconsapevolmente, nel processo di costruzione, una strategia di progetto tipica dell’industrial design: partendo dalla fisicità del pezzo si sviluppano  le implicazioni estetiche, funzionali, di volume.


In tutti i suoi progetti è presente l’acqua: cosa rappresenta per lei?

È un elemento che unisce, un trait d’union che connette il mondo. Anche se oggi la connessione virtuale si chiama internet, in rete ci siamo sempre stati attraverso l’acqua. Quando non c’è mi sforzo di metterla. Il luogo dove ho vissuto fino a diciotto anni aveva come sfondo la vita dei porto, le navi: quando trovo l’acqua mi sento a casa.


Come nascono i suoi progetti?

Ho sempre privilegiato l’aspetto artigianale. Il mio linguaggio è quello della tecnica, le opere non nascono da un improvviso colpo di genio, la passione è necessaria, come la manualità. Uso carta e matita, certo poi vengono le prove ai computer e i modelli, ma l’idea la traccio con la mano che va più veloce della testa.


Oggi gli architetti vengono considerate delle star.

Non sono un presenzialista, il lavoro dell’architetto implica grande responsabilità. L’architettura viene imposta a tutti, cambia la vita, non è come scrivere un libro o dipingere un quadro. Bisogna pensarci bene quando si progetta. L’architetto deve essere un tecnico, uno scienziato, ma anche un umanista.


La grande pianta del porto di Genova con il progetto del water front, architetture che sono sospese in aria, si muovono e cambiano posizione come le gru in un porto: che cosa rappresentano Genova e il suo porto?

Genova per me rappresenta la mia in fan-zia, città con il suo centro storico simile alla casbah ma sopratutto il porto dove tutto è in movimento come il mare, dove le gru portano i pesi sulle navi che arrivano e partono e tutto vola in aria, dove tutto è leggero. Nell’allestimento della mostra si ritrovano queste atmosfere.


E Parigi?

La considero la mia seconda patria, ci vivo dal 1971 e non riesco a immaginare di vivere lontano dalla Senna, lungo la quale mi piace passeggiare per ore.


Come affronta il futuro?

Voglio essere un esploratore, ogni nuovo lavoro è un’avventura, così si può sfuggire al rischio di diventare autore referenziale, di fare accademia.

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Trovo che il desiderio di percorrere  sentieri non ancora battuti vada perfettamente d’accordo con la mia riconoscenza nei confronti della tradizione. Forse questo è un tratto europeo, specificatamente italiano. Certamente è l’eredità di una cultura umanista. Quando mi chiedono come sarà la città del futuro, rispondo: spero come quella del passato.