PAOLO PORTOGHESI

 

PROGETTI PER VIVERE MEGLIO

n° 108 | aprile-maggio 2007

di Giampaolo Atzeni


Incontro Paolo Portoghesi a Calcata, dove abita e lavora. Un borgo affascinante, ricco di storia, cultura e natura, di perfezione architettonica.


Qual è per lei il compito dell’architettura oggi?

C’è un’architettura contemporanea che ha scelto una strada che non condivido: sfruttare la propria attualità come strumento pubblicitario. Un edificio diverso dal solito può godere di una risonanza internazionale, un tempo impensabile, perché i sistemi di comunicazione sono assetati di novità e ci sono, ovviamente, forze economiche così interessate alla pubblicità da adoperare strumentalmente l’architettura. Questo rende possibile costruzioni che costano dieci volte più di quelle normali. È una condizione di grande interesse, se vogliamo, ma anche patologica. L’architettura deve tornare alla fisiologia, avere come chiaro scopo il miglioramento della vita umana, che è diverso dal porsi invece una finalità artistica, il cui obiettivo sta nella massima innovazione e nel prestigio estetico. Esistono creazioni architettoniche affascinanti sotto il profilo estetico, ma sono macchine dello spreco; la città stessa è una macchina dello spreco, contemporanea ma profondamente inattuale. Moderno è ciò che aiuta a cambiare in meglio la vita degli uomini.


La moschea di Roma, da lei progettata e realizzata insieme a Gigliotti, sembra aver anticipato una riflessione sull’islam.

La contemporaneità deve chiedersi che significato abbia nel mondo occidentale - che ha individuato nella laicità la sua strada fondamentale - la permanenza delle grandi tradizioni religiose. La verità è che la cultura moderna non dò risposte ai quesiti cui rispondono le religioni, che sono interrogativi sul perché della vita e sul suo significato fondamentale. Questo aspetto, prima accantonato, è riemerso con forza attraverso i conflitti religiosi. Trent’anni fa si pensava che le religioni fossero destinate a stare in una zona d’ombra. Sono ritornate invece in primo piano. Nella moschea ho trovato l’adesione al mio modo di considerare l’edificio religioso come il frutto estremo di una grande tradizione capace di trasformarsi coerentemente con le sue radici.


Il suo rapporto con le religioni.

Ho un rapporto problematico con la visione cristiana del mondo, che però considero la più affine alla mia visione. Ho progettato moschee ma anche molte chiese: ne sto facendo una anche a Calcata, nel paese nuovo. Il Concilio vaticano Il ha posto agli architetti un affascinante problema: l’evoluzione di un modello storico in funzione di nuove esigenze. Non ha dato però alcuna indicazione, la Cei si è tenuta neutrale. Gli architetti lasciati soli hanno fatto tanti esperimenti, nessuno ha saputo indicare la strada. Nelle chiese da me progettate, c’è la speranza di cogliere qualcosa di corale, oltre all’aspetto individuale di ricollegarmi alla tradizione dell’edificio ecclesiastico.


Com’è cambiato il compito delle Biennali rispetto al passato?

È mutato radicalmente. La Biennale di Venezia è nata in un periodo di esposizioni ma ha saputo diventare, con una particolare strategia e utilizzando il fascino della città, la più importante a livello internazionale. La formula dei due anni si è rivelata addirittura geniale, imitata ovunque. Adesso però ce ne sono troppe, tanto che Venezia ha perso importanza per le arti figurative. In compenso, è riuscita a diventare la più autorevole nel campo dell’architettura: è arrivata nel momento giusto per verificare che cosa ci sia di comune e di diverso nella ricerca architettonica mondiale. La mia Biennale aveva l’intenzione di creare l’internazionale dell’architettura. Mettendo insieme architetti americani ed europei, ha fatto un bilancio di quanto stava succedendo: la creazione di quello che è stato definito Io star system, cioè la capacità di un certo numero di studi professionali di galvanizzare l’attenzione dei media, in tal modo da diventare gli studi che realizzano il 50% delle commissioni importanti in tutto il globo. Fatto per me non positivo.


Ha pubblicato più di 50 volumi, fondato e diretto molte riviste. La sua opinione sul ruolo dell’editoria oggi e una previsione per il futuro.

Prima di rinunciare al libro l’uomo ci penserà due volte: è stata un’invenzione formidabile, ha attraversato i tempi, ha quel grado di materialità che bilancia il suo grado di spiritualità. ll libro è infatti un oggetto fortemente spirituale, capace di trasmettere un messaggio immateriale attraverso qualcosa che si tocca: questo requisito è fondamentale. L’immaterialità legata allo schermo del computer è fastidiosa.


È stato anche fondatore di una galleria, l’Apollo d’oro. Qual è il suo rapporto con le arti figurative?

Ho un forte legame con alcuni artisti moderni, con Klee, van Gogh, Twombly, D’Orazio, Lichtenstein. Per esempio, odio Duchamp, non ne nego la grandezza, ma ha minato la base del lavoro artigianale. L’objet trouvé è una scoperta ma, allo stesso tempo, anche un modo con cui regalare a una massa di imbroglioni un sistema per imbrogliare.

Se andiamo a vedere quanto è successo dopo l’orinatoio messo in orizzontale, le vere conquiste sono due o tre in 70 anni.


Cos’è per lei la fotografia?

Nel mio caso sostituisce il libro degli appunti. Conta la quantità di informazioni che posso concentrare in un centesimo di secondo. Una cosa fantastica del lavoro del fotografo è che coglie dei momenti in cui la realtà parla con un linguaggio diretto. Ci sono attimi in cui sono stato toccato dalla fortuna, ho catturato un istante in cui la realtà parlavo, e parlava forse anche poeticamente, ma non credo di averci messo niente di mio. Ho un’ammirazione sconfinata per Man Ray, un grande artista ma non della razza degli attuali fotografi che cercano uno stile. In fondo, Ray ha fotografato tutto quello che aveva un contenuto, fotografando con stili diversi.


Come si definirebbe, visto che il suo lavoro spazia dall’architettura all’editoria e alla storia?

Con un pizzico di autoironia, direi che sono un cultore dei buoni sentimenti assolutamente anacronistico, che persegue questo fatto attraverso tutti i modi possibili, dal fare architettura a recuperare l’architettura del passato attraverso la storia, all’interesse per aspetti che ritengo convergenti. Per esempio, sono stato un appassionato sostenitore della prima fase del neorealismo; in quello cinematografico vedevo la capacità di mettere a fuoco quei pochi aspetti che tengono insieme la società, come i buoni

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sentimenti: l’amore per i figli, il rispetto per i genitori e gli anziani, il piacere di fronte allo spettacolo della natura, la passione per gli animali, quello che è poi stato l’aspetto mitico del romanticismo. Quindi è abbastanza duro vivere in un’epoca come la nostra, che evidenzia solo l’aspetto deteriore, esteriorizzandolo.


Sogni nel cassetto.

Tutte le cose più importanti che ho pensato sono rimaste sulla carta. Al massimo, ne sono rimasti dei modelli. Non mi arrendo di fronte al fatto che l’edificio da me progettato negli anni ‘60, e rimasto nel cassetto per la Legge Ponte, sarebbe adesso anacronistico perché sono passati 40 anni: lo rifarei nello stesso modo. l sogni nei cassetto procurano dolore.


Progetti per il futuro.

Due. Una torre a Shanghai, alta 400 metri. Un progetto a cui tengo molto. Poi, un’altra torre in Nigeria, nata dalla suggestione dell’architettura locale, che realizza la mia convinzione che il moderno si annidi nell’antico, nei luoghi più impensati e, magari, anche nelle capanne di fango dei nigeriani, che costruiscono degli archi intrecciati fatti con foglie di palma ingrossate dal fango. Concretizzare questi progetti equivarrebbe alla realizzazione di un sogno.



Giampaolo Atzeni e Paolo Portoghesi