MARIO BOTTA

 

SPAZI DI LUCE

n° 100 | dicembre-gennaio 2006

di Giampaolo Atzeni


Come si diventa architetti di fama pur perseguendo una strada rigorosa, lontana dalle tendenze del momento?

La passione è lo stimolo costante. Costruire porta con sé una connotazione positiva, non si può costruire “contro”, lo si deve fare “per”. Ho sempre cercato di seguire tutto ciò che si è rivelato affine al mio modo d’interpretare la vita, ai miei amori, alle mie passioni.

L’interesse verso il mio lavoro è stato sorprendente tanto che mi sono ritrovato circondato, allo stesso tempo, da consensi e critiche. Le mode passano ma il lavoro serio, l’impegno ragionato, le tensioni morali, restano.


Lei ha più volte messo in evidenza l’importanza che hanno avuto nella sua formazione grandi maestri come Carlo Scarpa, Le Corbusier e Louis Kahn.

Per la mia generazione avere riferimenti diretti con i maestri del cosiddetto movimento moderno è stato importante. Ha rappresentato un modo di stabilire una continuità generazionale fra coloro che avevano vissuto le speranze della modernità e la condizione postmoderna che ha invece interessato la mia generazione. I tre architetti sono stati personaggi che hanno profondamente inciso sul significato del fare architettonico del mio tempo: Carlo Scarpa per la straordinaria attenzione al dettaglio e alle forme espressive dei materiali; Le Corbusier per la capacità di trasformare in fatti architettonici gli eventi della vita, della politica, dell’economia; Louis Kohn per lo straordinario intuito circa le possibilità, ma anche i limiti, portati dalla tecnologia.


La predilezione per te geometrie primarie, il risalto dato alla luce. Per un’importante mostra dedicata alle sue principali opere architettoniche è stato scelto un titolo efficace “Luce e gravità”.

Le forme geometriche, oltre agli equilibri degli spazi, offrono una lettura immediata e comprensibile per i fruitori. Credo sia bello poter comprendere facilmente le composizioni degli spazi nei quali ci si muove. La luce è la vera generatrice degli spazi; senza luce non esiste spazio. Per questo lo uso come elemento compositiva fondamentale (strutturale) dei miei progetti architettonici. La gravità è una condizione ineluttabile, primaria, relazionata all’architettura. La composizione degli spazi concorre affinché le forze fisiche del manufatto architettonico vengano trasmesse al suolo.


Il suo lavoro è sempre accompagnato da un’accurata ricerca dei materiali, con una particolare predilezione per il laterizio.

In linea di principio amo i materiali naturali; quando mi si presenta l’opportunità preferisco la pietra all’alluminio o il mattone di cotto agli specchi. I materiali naturali sono caratterizzati da una gronde duttilità: quella di modificare, nello spazio e nel tempo, il loro aspetto, la foro struttura e quindi anche la loro immagine. più di altri, vivono in termini positivi il trascorrere del tempo, variabile fondamentale del lavoro architettonico.


Perché per lei continua ad essere così importante interrogare il luogo, nei suoi aspetti naturali, nella sua cultura, nella sua storia?

Il luogo non è un elemento estraneo al progetto; é parte essenziale della proposta architettonica. Interrogare il luogo é un modo per poterlo leggere criticamente e individuarne le peculiarità. Non è unicamente un fatto geografico e fisico, ma un’entità che porta con sé una storia, una memoria. Queste sono le premesse per le trasformazioni future verso le quali deve tendere il progetto.


Un’architettura che ha un fine etico piuttosto che estetico. Perché costruire per lei è un atto sacro?

La finalità del fatto architettonico è di offri- re dei valori abitativi di qualità contrapposti a immagini puramente estetiche. La ricerco di uno migliore qualità di vita passa attraverso la ricerca di una migliore qualità dello spazio di vita e quindi dell’architettura. Costruire è un’azione che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura, per questo credo si debba riconoscere a questo atto un valore sacrale relazionato al lavoro e alle trasformazioni attuate dall’uomo.


II suo rapporto con gli spazi per l’arte parte da lontano, dalla realizzazione del Museo Jean Tinguely a Basilea allo Sfmoma di San Francisco, sino al Mart di Rovereto. Quale è l’aspetto che più l’affascina nella progettazione museale?

Il silenzio. Gli spazi comunicano attraverso il silenzio e, grazie ad esso, le opere si offrono, do protagoniste, alla fruizione del visitatore. Lo spazio museale porta con sé un’idea sacrale che dovrebbe soddisfare l’anelito dell’uomo a un confronto con i valori del non finito, dell’immaginario, del tempo, della memoria e delle speranze future. Il museo deve offrire uno spazio per questa necessità dell’uomo.


Il rapporto con le altre arti.

Nutro una forte curiosità legata alla speranza di ottenere una trasversalità di stimoli. La mia forma di disegno è essenzialmente uno strumento finalizzato alla conoscenza più che alla rappresentazione. La speranza che esprimo tramite lo schizzo tracciato o matita viene invece bloccata dal plotter. Credo nella totale complementarietà delle orti e nel primato della sintesi attuati dall’architettura.


Che dialogo si è creato lavorando con Enzo Cucchi, Niki de Saint Phalle,Walter De Maria?

Un rapporto di dare e avere reciproco, un rispetto totale dell’autonomia di pensiero prima ancora che dell’autonomia dello spazio espressivo. La

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cultura del moderno ha purtroppo sempre coltivato, malgrado i proclami, una separazione del lavoro, e quindi delle arti, che forse lo nostro cultura globale può finalmente superare. L’artista, quando offre qualità, propone un’interpretazione diverso, intrigante e complessa, talvolta contraddittoria ma che mira a un miglioramento e quindi a emozioni più forti.


Come i suoi maestri, lei ama svolgere un’intensa attività didattica e di ricerca, ricoprendo cattedre in importanti università in varie parti del mondo ed è stato, inoltre, ideatore e fondatore della Nuova accademia di architettura di Mendrisio. Con che spirito affronta queste attività?

L’Accademia di Mendrisio è nata dalla convinzione di poter affrontare la complessità dei problemi e lo rapidità delle trasformazioni imposte dalla cultura del moderno con un approfondimento, da parte dell’architetto, degli aspetti umanistici piuttosto che di quelli tecnici.


Progetti per il futuro?

Quelli che mi saranno proposti dalla società civile. L’architetto ha la prerogativa di rispondere direttamente alle richieste formulate dalla collettività. Non c’è invenzione possibile se non rispondendo alle esigenze della storia. L’architetto lavora attorno al territorio della memoria, nell’intento di dare risposte alle esigenze formulate dai proprio tempo.