GAETANO PESCE

VOGLIO UN’ARCHITETTURA SOFFICE

n° 109 | giugno-luglio 2007

di Giampaolo Atzeni


Creatore cosmopolita e versatile con base a New York, Gaetano Pesce con oltre  40 anni di pratica interdisciplinare è un esponente di spicco del design sperimentale e grande esperto nel trattamento delle materie plastiche.

Lo incontro a La Spezia, sua città natale, dove è ritornato per partecipare al dibattito sul rinnovamento architettonico sulla città messa in atto in questi anni.


Com’è nata la sua attività artistica?

Non vi è stato un inizio preciso. È stata una cosa spontanea, ho cominciato presto a fare disegni, modelli, giochi. Così è nata la mia passione per la terza dimensione, poi con l’età si è resa un po’ più ricca e quando avevo 18 anni mi sono iscritto alla Università di Architettura.


Di particolare importanza per la sua formazione sono state le esperienze sviluppate negli anni Sessanta …

Prima di andare  all’Università ebbi l’occasione con altri amici, coi quali seguivo il dibattito  sull’arte del momento, di formare un gruppo che aveva la sua ragione nello spiegare il perché della creatività. Eravamo un pò illusi,  perché io credo che la creatività non si possa spiegare, però lo facevamo a modo nostro. In quel momento c’era in auge l’arte informale e l’espressionismo, a questo  noi ci contrapponevamo volendo fare delle cose che avevano un senso più razionale, più spiegabile, usando delle geometrie e  formule matematiche. Da quello poi è nata quella che si è chiamata la Pop art e l’ arte programmata. Poi io l’ho trovata un po’ troppo estetizzante, perché questo linguaggio non aveva nessuna possibilità di parlare della realtà di ogni giorno, e quindi  sono uscito dal gruppo quasi subito, avevo 22 anni. Gli altri componenti del gruppo, che erano più grandi di me, sono andati avanti sfruttando il successo che abbiamo avuto subito e alcuni di loro continuano a fare questo lavoro.



Lei ha sempre usato e sperimentato nuovi materiali e tecnologie. Qual è il suo rapporto con la materia  ?

Io penso che un creatore  che si rispetti e voglia essere sincero con se stesso e con i suoi interlocutori deve potersi esprimere con i materiali che fanno parte del proprio tempo. Evito di usare quelli tradizionali perchè sono rappresentativi di altre epoche e quindi ho cominciato ad esprimermi con i materiali  della mia epoca, per cui la mia scuola è stata andare nelle industrie chimiche per scoprire in termini tecnici come nascono i materiali. Così, ho scoperto una serie di cose estremamente espressive che a scuola non avevo studiato. Le  scuole, come quelle che ho fatto io e che ci sono ancora, sono accademiche, troppo formali e direi quasi inutili, non insegnano la realtà e la contemporaneità, mentre bisogna esprimersi con coerenza verso il proprio tempo.


I suoi oggetti di design hanno sempre avuto una vena provocatoria  che non ha mai avuto paura di sfidare l’ estetismo imperante 

Da una quarantina d’anni trovo che il desing, se non lo è già, sarà l’arte del futuro, l’espressione principale della nostra epoca. Perché è un modo di esprimersi che ingloba tutto quello che è importante per il nostro tempo. Dalle evoluzioni di tecnologie e di materiali, alla comunicazione , al marketing tutto questo messo assieme fa del design un linguaggio molto completo, che non può essere paragonato all’arte tradizionale, un po’ romantica, legata al XIX secolo. Quello che mancava al desing, e che  ho cercato di dare come contributo con il mio lavoro, è l’espressione della funzionalità e la razionalità dei materiali e poi  l’espressione personale  di chi fa l’opera che a quella dimensione mancava, l espressione e la comunicazione che la gente ha il piacere di trovare in un oggetto di utilità comune.


Con la poltrona Donna del 1969 il design è diventato politico

Certo, la donna è prigioniera dei pregiudizi ancora oggi in molti paesi, ed invece di scrivere libri o articoli per denunciare questa realtà io ho trovato un mezzo inusuale per trattare  questo argomento.

Oggi ci sono ancora dei motivi, per esempio alcune donne islamiche portano lo chador che alcuni dicono sia un segno di libertà, io penso che  invece sia una imposizione inaccettabile, quindi tempo fa ho fatto una lampada che illumina un volto ricoperto da un velo e con ai piedi degli stiletti che entrano nella carne di un corpo femminile e rappresentano la violenza.


Qual è il ruolo dell’architetto oggi?

Ce ne sarebbero molti di ruoli per l’architetto. Oggi, purtroppo il linguaggio dell’architettura è un linguaggio ritardato, questo ritardo l’architettura lo deve al fatto che è ancora intrappolata nelle forme geometriche ed estetizzanti, da esercizi formali. Ci sono degli architetti che fanno dei lavori uguali sia in India che negli Stati Uniti, senza tenere conto di realtà che sono completamente diverse, quindi si tratta solo di decorazioni e per questo l’architettura risulta superficiale e dal punto di vista dell’avanzamento delle tematiche  non c’è originalità.



Gli imprenditori in Italia negli anni ‘60 erano molto aperti e spinti all’innovazione, come è cambiata oggi la committenza?

In quegli anni gli imprenditori avevano quello che è poi il senso del Rinascimento, le città erano in  sfida l’una contro l’altra, questo era presente in alcuni  imprenditori degli anni Sessanta che cercavano di fare quello che altri non facevano, quindi ricercavano nuovi materiali e sperimentavano. Il tutto è cambiato molto, questa ricerca di avanzamento non è continuata, alcuni mirano piuttosto ad essere quotati in borsa. Ma bisogna dire anche che mentre alcune imprese sono fallite altre più piccole hanno ereditato questo ruolo e continuano. Questo succede normalmente, tutto si è spostato in altri territori e con industrie più piccole che continuano a soddisfare questa curiosità che è a volte nella natura di certi imprenditori, i quali sono a loro modo dei creatori  perché sperimentano nuovi processi, nuovi metodi e nuovi modi di vendere.


Cos’è per lei  la creatività ?

Come dicevo prima è difficile spiegare il processo della creatività, senz’altro la creatività non è solo quella artistica, anzi direi che in certi casi un artista tradizionale è meno creativo di un banchiere che trova nuovi modi di generare ricchezza. In tanti campi non artistici ci sono delle persone estremamente creative.


Quali sono gli artisti che lei considera come maestri?

Gli artisti che sono attuali e che mi hanno aiutato a scoprire il mio modo di esprimermi sono degli artisti multidisciplinari e per cui andrei diritto verso il Rinascimento. Raffaello era un pittore, un  urbanista, un  designer di moda perché le uniformi della guardia svizzera sono ancora adesso usate. Questo mi dà modo di pensare che la creatività non ha barriere, alcune idee sono buone per la moda, altre per l’architettura, altre per nuove forme di espressione.


Cosa pensa dell’arte contemporanea?

Se penso in termini di elite europea, penso che abbia ancora un senso, perché c’è un elite che ha ancora il tempo di andare nei musei e farsi delle specie di  costruzioni. Se invece guardiamo il resto del mondo, il 75% è Terzo mondo, la vita di queste persone è fatta in un certo modo e ciò non consente loro di cercare di capire il significato  dell’arte, per cui in quel momento l’arte contemporanea è inutile. La funzione dell’artista che in altri tempi era estremamente necessaria e utile ora  spesso è  inutile e si avvicina di più all’intrattenimento.


Per cui l’arte non può più cambiare il mondo?

Assolutanete no. Era un’utopia degli anni ‘60 L’arte non può più cambiare il mondo e il mondo non può cambiare noi stessi. Se portiamo un’opera di arte contemporanea nella campagna cinese, il contadino non sarà in grado di capire perché è troppo ermetica,  ma se noi portiamo un progetto di design  lui ne capirà subito il significato legato alla funzione, un tavolo è un tavolo, una sedia è una sedia, perché c’è un linguaggio universale sulla funzione. Oggi l’arte non è necessaria come in altre epoche nelle quali era un prodotto, ad esempio a un pittore a cui si commissionava un ritratto  non si chiedeva l’arte, ma il ricordo di una fisionomia di una persona cara, oppure un ricco  per eccitarsi sessualmente l’unica possibilità che aveva era di commissionare ad un pittore un nudo. Ora tutto è stato sostituito dalla fotografia, dai video ecc., è necessario riflettere su queste cose. L’arte romantica è un modo di leggere l’arte, ma prima l’arte era funzionale, molti artisti oggi sono frustrati perché vogliono imporre le loro opere, ma non riescono a comunicare.


Lei ha svolto un’intensa attività didattica.

Le scuole sono un po’ povere, io cercavo di insegnare quello che non sapevo per cui provocavo lo studente perchè diventasse sperimentatore, ricercatore. Non volevo esprimere il mio punto di vista volevo stimolare la ricerca perché la conoscenza è sempre legata alla sperimentazione.


Dove è orientato  oggi il suo lavoro?

Verso nuovi processi di produzione per creare degli oggetti che sono delle sedute. Con questo nuovo processo si semplifica molto il modo di lavorare nell’industria,  si eliminano gli stampi che sono degli elementi che rendono la produzione standardizzata. Lo standard è stato necessario per un certo periodo, ma oggi sottintende una visione totalitaria della realtà, perché tutto deve essere uguale, proprio quello che io ho combattuto col mio lavoro. Tutt’oggi cerco di generare degli oggetti che sono pieni di ricchezza in termini di libertà .

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Giampaolo Atzeni e Gaetano Pesce

Scheda opera

Come si definirebbe?

Un artista non direi, perché artista è una parola strana, e abusata oggi usare una definizione unica credo che sia impossibile in una società così complessa.

In certi momenti posso essere legato a una certa espressione che si può chiamare architettura, in altri desing in altri ancora ad altri orizzonti.


Progetti fututi

Sto facendo un’abitazione a San Pietroburgo. Raramente io aspetto che qualcuno mi faccia delle richieste, io continuo nel mio lavoro e quando ottengo  dei risultati, mi rivolgo a chi penso possa essere interessato a questo.


C’è qualcosa che non è ancora riuscito a realizzare?

Ci sono riuscito in parte, una casa elastica, fatta di gomma  che ho costruito in Brasile, si muoveva e oscillava col vento.

Forse è un’utopia  e qualcosa che io non vedrò, ma vorrei creare un architettura sensuale, portatrice di gioia sensazioni e filing. Piuttosto che una architettura maschile, rigida, dogmatica estremamente direzionata, sogno un’architettura  soffice, malleabile,  multidisciplinare quindi direi che il mondo di domani sarà femminile, perché il femminile è tutto questo: vie diverse che coincidono in un’unica personalità. La donna è amante, madre, lavoratrice, ha tutta una serie di identità che coesistono nella sua giornata.