ETTORE SOTTSASS

 

A MANI APERTE

n° 112 | dicembre-gennaio 2008

di Giampaolo Atzeni


Il 14 settembre Ettore Sottsass ha compiuto novant’anni e una grande rassegna lo festeggia a Trieste (fino al 2 marzo) nel Salone degli Incanti dell’ex Pescheria, con una sezione nella Sala del Trono del Castello di Miramare. L’esposizione completa il ciclo di grandi mostre che gli sono state dedicate negli ultimi anni: al Mart di Rovereto, al Museo di Capodimonte a Napoli, al Moca di Los Angeles e al Design Museum di Londra.

“Vorrei che fosse solamente solitudine e intensità” ha dichiarato il Maestro a proposito dell’evento in corso. Per seguire la richiesta i curatori hanno abbandonato ogni approccio descrittivo e antologico e le 130 opere selezionate, provenienti da collezioni private italiane ed europee (alcuni pezzi sono esposti per la prima volta al pubblico), vengono poste come frammenti per ricostruire l’essenza che anima tutta la produzione di Sottsass.

Le sue molteplici esperienze riproposte nel catalogo Electa, ricco di interventi e testimonianze, vengono indagate in diverse aree tematiche: disegno industriale, architettura, fotografia, gioiello, ceramica e infine vetro. Ogni isola racchiude al suo interno un tempio, un luogo segreto dove scoprire gli oggetti, i disegni, le foto. Il visitatore viene lasciato libero di costruirsi il proprio percorso, proprio per evitare gerarchie e classificazioni fra le esperienze esposte e viene stimolato a scoprire come siano la medesima sostanza e progettualità ad animare ogni creazione. Il titolo dell’esposizione riconduce a una delle riflessioni scritte da Sottsass a proposito dei templi indiani: “Senza che io sappia cosa sono, le forme di pietra hanno il senso del sacro, sacro per sempre. Vorrei sapere perché”.

Tanto è stato scritto su di lui e tante le domande a cui ha risposto in questi novant’anni, ma con la sua abituale gentilezza e intensità accetta di condividere con noi alcune riflessioni.


Architetto, a proposito dell’esposizione di Trieste, ha dichiarato: mi piacerebbe che i visitatori uscissero piangendo, cioè con un’emozione. Lei quando si emoziona?

Nel bene e nel male sono sempre emozionato: mi sono messo a piangere quando sono entrato nel chiostro della cattedrale di Amalfi È un chiostro piccolissimo, i muri sono bianchi di calce, in un angolo c’è una palma, alta, un po’ vecchia, per terra un prato spelacchiato e un roseto fiorito, due o tre rose pallide, ma rase di amore. Piango a vedere i morti in mezzo alla strada, i cadaveri di giovani soldati assassinati in qualche guerra senza nome, di quelle guerre, grandi e piccole, che oggi percorrono il pianeta per proteggere qualche oscuro affare, qualche brutale dittatura.


È stato definito “lo sciamano del design”. Ogni sua opera, ogni suo oggetto è diventato una icona, i suoi prodotti sono stati investiti di un significato che va oltre. Tutto ciò ha a che fare con la spiritualità e il sacro?

Certamente quando disegno non penso al mercato. Nella vita non ho tempo da perdere per pensare al mercato. Penso alla vita e la vita è sacra.


Lei ha creato opere capaci, per la loro forza innovativa, di stimolare nuovi comportamenti, di diventare strumento di critica sociale, fonti di una estetica più etica. È ancora possibile oggi riuscire in questo intento?

Non ho mai pensato a intenti di nessun genere, non ho mai scritto manifesti. Ho sempre tentato di offrire qualche possibilità con le mani aperte e forse con gli occhi chiusi.


Tantissimi committenti privati, amici, industriali illuminati, per numerosissimi lavori, ma una sola opera pubblica.

Ho cercato di scavalcare il muro dell’esistenza disegnato intorno a me dalla amatissima famiglia, dalla religione di Stato, dalle scuole che ho frequentato, dalle convenzioni patriottiche. Un po’ volevo fuggire, un po’volevo vedere, un po’ volevo imparare e un po’volevo sperare che esistessero o fossero esistiti nel mondo, in qualche foresta, in qualche deserto, su qualche collina, al di là di qualche ignoto fiume tribù o popoli che avessero avuto della vita una idea nobile: rispetto per se stessi e rispetto per gli altri, pazienza con sé stessi e pazienza con gli altri, pietà per il proprio corpo e visione sacra del corpo altrui, attenzione paziente per le solitudini del prossimo.

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