ALESSANDRO MENDINI

 

SPERIMENTARE IL MONDO

n° 95 | febbraio-marzo 2005

Scheda opera

di Giampaolo Atzeni


Incontro Alessandro Mendini a Milano nel suo studio. L’atelier è un grande loft, animato da un intenso caos creativo, nel quale giovani collaboratori lavorano in una atmosfera insieme rilassata ed efficiente. Mi accoglie in una saletta appartata e sotto il suo sguardo attento e disponibile, che denota un’attitudine a osservare e a riflettere con calma su tutto ciò che lo circonda, iniziamo la conversazione.


Quale motivazione l’ha portata a intraprendere gli studi in architettura?

In realtà, prima mi sono iscritto a ingegneria al Politecnico di Milano. Mio nonno era costruttore, si era sempre detto che avrei lavorato con lui. Ma la mia vocazione era fare il cartoonist, il vignettista. Piano piano, articolai meglio il mio panorama, capii tante cose, arrivando a pensare che l’architettura era un poco madre di tutto.


Il suo lavoro spazia dall’architettura al design, alla pittura, alla scultura. Realizza oggetti, crea ambienti, immagini di azienda, ha svolto un lungo lavoro di critica e ricerca nel campo dell’editoria. Qual è il filo conduttore?

Ho bisogno di comunicare le mie idee, le energie, le impressioni, i desideri, le cose: un mezzo di espressione vale l’altro, o meglio certi pensieri si dicono meglio con la pittura, altri con uno scritto, altri con un oggetto.


Un lucido percorso ludico, nel quale è sempre presente una componente poetica.

Spiritualità e poesia spero siano il comune denominatore che rende unitario il mio lavoro così eclettico. Ma fare tante attività così diverse è anche segno di incertezza. Si percorrono molti sentieri con la coscienza di agire dentro a un labirinto. In questa situazione non si può fare retorica, e l’ironia e il paradosso di vengono importanti strumenti.


Lei ha fondato lo Studio Alchimia che, con Memphis, ha stravolto le regole del design negli anni ‘80.

Negli anni ‘70 la cultura del design era chiusa e stagnante. I movimenti radicali, in Italia e fuori, restituirono vita e ossigeno a una disciplina che aveva perduto ideali. Furono usati nuovi segni, nuova politica, nuovi colori, nuove utopie, in collegamento anche con l’arte povera e poi con la transavanguardia.


Ci parli della sua teoria del banale.

La teoria del banale vuole collegare le istanze del progetto elitario con quelle del progetto di massa. Detto questo, entra in campo in maniera forte lo strumento del Kitsch. Il Kitsch significa estetica antropologica e a grande diffusione: progettare il banale in modo cosciente.


Con suo fratello Francesco, ha fondato l’Atelier Mendini. Come è strutturato e quale è la filosofia?

Anche se tutto fondato sui computer, il nostro atelier è uno studio di progettazione artigianale, come nella tradizione degli studi milanesi che, a mio avviso, hanno le radici nella cultura umanistica delle botteghe del rinascimento. Con Francesco coordiniamo un gruppo di venticinque persone, ciascuno specializzato in uno dei vari settori. Il clima di lavoro è rilassato e meditativo.


Alessi, Bisazza, Swatch: che cosa cercano queste grandi aziende dal rapporto con lei?

Il metodo, il linguaggio e gli scenari che nel tempo ho elaborato anche con la mia attività teorica, hanno evidentemente anche i loro risvolti professionali. Alle aziende citate, così come in generale a tutti coloro che chiedono il nostro lavoro, diamo risposte motivate, critiche e coerenti con il nostro linguaggio.


Lei è stato direttore di “Casabella”, ha fondato “Modo” nel 1977, diretto “Domus” e, attraverso queste riviste, ha trasmesso le sue istanze di rinnovamento progettuale. Quale è il ruolo attuale delle riviste di progetto?

Dirigere delle riviste di progetto è un gioco molto bello e altrettanto difficile. Architettura radicale, progetto infradisciplinare e postmodernismo furono le ideologie di “Casabella”, “Modo” e “Domus”. Se oggi dovessi fare una rivista (ipotesi però che non esiste) la imposterei sulla olistica. Il vizio delle testate, oggi, è di dare una ampia e bellissima informazione scollegata dai reali bisogni del mondo.


In una recente tavola rotonda pubblicata su “Domus”, insieme a Mari, Sottsass, Magistretti e Branzi, lei ha messo in evidenza che davanti allo spostarsi del baricentro della produzione, dei design e della tecnologia in Cina, sarebbe auspicabile una nuova stagione di radicalismo.

L’idea dell’olistica potrebbe essere una possibilità. Va recuperata l’anima antropologica degli oggetti che diventano sempre più stupidi, edonistici e volgari. Sì, occorre un nuovo radicalismo.


Quale ruolo potrà svolgere il design italiano?

Il design italiano manterrà sempre il suo ruolo fondamentale, che è di genere estetico, scultoreo e pittorico.


In uno scritto, afferma che l’arte è l’espressione più libera e può meglio prefigurare tendenze culturali e sociali a venire. Cos’è per lei l’arte?

Meno un’arte è legata alle funzioni e più risulta in contatto con il libero scorrere del pensiero umano. L’arte (non applicata), la poesia e la filosofia sono le postazioni più avanzate dell’umanità.


All’interno delle sue molteplici attività artistiche, che ruolo svolge la pittura?

Se dovessi avere un’altra vita mi piacerebbe passarla tutta a dipingere quadri con i pennarelli e con le mie mani. La pittura è il mio miraggio: è un atto mentale, artigianale e visivo che collega il pensiero al dipinto nel modo più diretto. Dall’idea direttamente alla visione.


Come maestri, spesso, ha indicato Kandinskij, Klee e i futuristi.

Sì, mi piacciono i grandi visionari, anche Gaudi, Poelzig, Rudolf Steiner, ma anche tanti pensatori, o anche gli antichi egiziani o Walt Disney.


Mi rivolgo a Mendini architetto. Quali problematiche ha incontrato nella progettazione del Groninger Museum in Olanda?

Il museo di Groningen è stato per me e per il nostro atelier una esperienza particolare e privilegiata, data anche l’alta qualità della committenza. Ci ha permesso di affrontare assieme e in parallelo tutte le arti, in una sorta di patchwork.

Giampaolo Atzeni e Alessandro Mendini

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Che rapporto ha con le nuove tecnologie?

Sono eclettico e curioso. Mi interessano materiali nuovi e vecchi, con le loro tecnologie e sperimentazioni. Mi piace provare molte cose.


Lavori futuri.

Anche senza citarli, abbiamo in corso progetti molto diversi fra loro, non solo nelle tipologie, ma anche dal punto di vista culturale. C’è dell’architettura, ci sono grosse mostre all’estero.